Martedì 15 settembre 2026 QUANTO COSTA CAMBIARE FORNITORE

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QUANTO COSTA CAMBIARE FORNITORE

Dal 2016 avvicinare la produzione è la prima priorità dichiarata da molti responsabili acquisti della moda, ma la quota di importazioni europee e statunitensi dai Paesi di prossimità non si muove dal 2018. La distanza fra l'intenzione e il risultato si spiega con le voci di costo che restano fuori dal preventivo.


Il 19 dicembre 2025 il Consiglio dei ministri albanese approva la decisione numero 776: dal 1° gennaio 2026 il salario minimo passa da 40.000 a 50.000 lek al mese, venticinque per cento in dodici mesi, contributi sociali a seguire. In gennaio chiudono numerose piccole e medie aziende di terzisti. Nello stesso mese l'export albanese di tessile e calzature si ferma a 8 miliardi di lek, il 5,8% in meno rispetto a gennaio 2025.

Florian Zekja, dell'associazione degli esportatori ProEksport, spiega perché il colpo arriva tutto in una volta: il façonista lavora su ordini e prezzi fissati dai committenti esteri e non ha modo di trasferire a valle l'aumento dei costi, e chiude. Chi può cerca un'altra location produttiva. Zekja indica Tunisia, Marocco, Uzbekistan ed Egitto, come alternative scelte da molti per la 'fuga'.

L'Albania era una delle mete del nearshoring italiano: vicina, dentro l'accordo di stabilizzazione con l'Unione Europea, con manodopera formata sulle tomaie da vent'anni. Nel giro di un anno la ragione per cui era stata scelta si è erosa. Chi si sposta di nuovo paga il secondo trasloco, magari senza aver finito di ammortizzare il primo.

 

PRIORITÀ NUMERO UNO DAL 2016, QUOTA FERMA DAL 2018

Nelle rilevazioni annuali di McKinsey sui responsabili acquisti della moda il nearshoring compare fra le prime priorità dichiarate dal 2016. Nello stesso arco di tempo la quota di importazioni europee e statunitensi provenienti dai Paesi di prossimità è rimasta sostanzialmente piatta rispetto al 2018. Dieci anni di intenti, nessuno spostamento significativo nelle quote.

L'intenzione resta dichiarata: nel BoF-McKinsey State of Fashion 2026 il 35% dei dirigenti prevede di spostare gli approvvigionamenti verso mercati con accordi commerciali più favorevoli. Fra il proposito e il container che cambia porto si apre una distanza che i sondaggi non misurano.

 

DOVE SI SONO SPOSTATI DAVVERO I VOLUMI

Secondo il World Footwear Yearbook 2026 di APICCAPS, nel 2025 la produzione mondiale è rimasta ferma a 24,6 miliardi di paia (+0,1%). L'Asia continua a fabbricare l'88,7% delle paia del mondo, la Cina da sola 13,7 miliardi.

I dati italiani sembrano raccontare un qualche movimento, ma vanno letti con attenzione. Nel 2025 sono entrate in Italia 376,8 milioni di paia, 32,6 milioni più del 2024, a un prezzo medio di 17,84 euro. Gli arrivi dal Far East crescono del 33,6% in volume: Vietnam +86,7%, Cambogia +83,4%, Cina +25,5%. Il Centro Studi di Confindustria Accessori Moda avverte però che l'aumento non dipende dai consumi interni, piatti, ma dalle operazioni di pura commercializzazione e dall'apertura in Italia di grandi centri logistici, in qualche caso legati a marchi dello sportswear. È merce che transita, non fornitura che si sposta. E quand'anche si sposta, non si avvicina ai mercati di sbocco.

Quindi i numeri sembrano suggerire una bassa propensione al nearshoring, mentre sembrano indicare un'ulteriore delocalizzazione in terra asiatica, sempre a caccia del prezzo migliore.

 

24,6 miliardi di paia: produzione mondiale 2025, +0,1% sul 2024

+25%: salario minimo albanese tra il 2025 e il 2026

35%: dirigenti moda che nel 2026 prevedono di spostare il sourcing

 

LE VOCI CHE RESTANO FUORI DAL PREVENTIVO

La letteratura sul rientro delle produzioni è chiara su un punto: delocalizzare è stata spesso una decisione presa confrontando un prezzo unitario invece di un costo totale. Kinkel e Maloca lo scrivono già nel 2009 e individuano nell'inflazione salariale, nella produttività e nei differenziali di qualità le voci che si manifestano solo a posteriori.

Alcuni aspetti vengono sottostimati quando si pensa a delocalizzare. Il primo è l'attrezzaggio: forme, stampi per le suole, fustelle, round di campionatura fino al campione di preproduzione approvato. Tutte spese antecedenti la vendita del primo paio, e non si recupera nulla se la nuova fabbrica non mantiene la qualità attesa.

Il secondo è la curva di apprendimento della nuova squadra, che nessun preventivo espone come riga a sé: il reso dei primi lotti, gli scarti, le ore di assistenza tecnica inviata in loco. Il terzo riguarda i fondi bloccati nel doppio approvvigionamento, perché il vecchio fornitore va tenuto in piedi finché il nuovo non consegna: per una stagione si pagano due filiere per una sola collezione.

Il quarto è documentale. Il cambio di fornitore implica nuove certificazioni, audit, mettere a punto la tracciabilità. Insomma, ripercorrere fasi burocratiche onerose in termini di costi, ma anche di organizzazione e tempo.

Spostare la catena di fornitura, quindi, è un'operazione impegnativa e onerosa, anche se non sempre in termini quantificabili a bilancio.

Consideriamo, infine, un ulteriore fattore che, nel 2025, ha spinto molti a muoversi: l'aumento delle tariffe doganali. Fintantoché il 20 febbraio 2026 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che i dazi imposti sulla base dell'IEEPA - International Emergency Economic Powers Act non erano autorizzati dalla legge, aprendo la strada ai rimborsi. Poi i dazi ritornano, poi cambiano di entità, poi cambiano il Paese a cui vengono applicati. Insomma, la frammentata e mutevole (qual piuma al vento) situazione dei dazi internazionali spingerebbe per il nearshoring, ma in realtà rende complessa la fase di ricerca e valutazione di nuovi fornitori che, come si è visto, comporta non poche complessità.

 

Modificare la catena di fornitura si rivela un'operazione sempre più complessa, sia che si cerchi di avvicinarla al mercato di sbocco, sia che si valutino solo i costi più competitivi.

In questo scenario così complicato risulta impossibile stilare previsioni e, soprattutto, suona fondamentale conoscere i mercati, scandagliare i partner, confrontarsi il più possibile con le esigenze della distribuzione per poi intrecciarle con le dinamiche della produzione. Confrontarsi con chi opera nel settore diventa paradigmatico e necessario. 

Per tutti questi motivi Expo Riva Schuh e Gardabags risultano centrali nella definizione del proprio business. Il luogo ideale per confrontarsi con tutti gli operatori del settore, anche grazie ai tanti strumenti di contatto messi a disposizione dalla fiera. Come l’app dedicata che consente di prendere appuntamenti con i fornitori che il sofisticato sistema di matching propone in base alle singole esigenze.